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Pensieri sul Fashion e non solo

pensatore

 

 

Stavo leggendo un articolo sul blog del direttore di Vogue Italia, la Sig.ra Sozzani, in cui la Signora della moda italiana, lamenta ciò che condivido da sempre e da sempre cerco (nel mio microcosmo) di combattere. L’omologazione: quel bisogno incessante di esser uguale agli altri e di voler esser accettati dagli altri. E’ un esigenza sociale, si sa.

Ma ciò che ben distingue l’essere umano è la sua capacità, purtroppo occulta, di giudizio che quanto meno dovrebbe avere. Fior di studiosi, da sociologi a filosofi, si sono posti miliardi di problemi in merito, ed io non sarò di certo colui che risolve questa secolare/millenaria diatriba tra l’inconscia stupidità dell’essere umano e le sue potenzialità intellettive. Schultz sosteneva che “l’altro” talvolta ci crea una sorta di paura e che conseguentemente, come animali, tendiamo a chiuderci ed allontanarci da essa (passatemi l’interpretazione banale del pensiero dell’autore), a me sembra che talvolta, per una sorta di comodità innata, di autoconservazione di un pensiero sottosviluppato, noi tentiamo banalmente di non sviluppare il nostro stato in “potenza” ma, ci accontentiamo, di quello in “essere” e con esso continuiamo il nostro “banale” incedere nel mondo. Ci piace “ignorare”, ci viene comodo, viviamo in uno stato di “ignoranza” dal quale è faticosissimo staccarsi: troppo difficile! È più facile esprimersi a priori sui fenomeni, sulle cose e sulle persone.

L’altro giorno su facebook ho scritto questa frase: <<la domanda che vorrei porre è: “chi (cavolo) sei?” E talvolta mi piacerebbe sentire come risposta: “ nessuno!”>>, poiché in fondo non siamo nulla se non quello che gli altri vogliono che noi siamo, esser “qualcuno” e definirsi tali, presupporrebbe avere, raggiungere uno stato di “definizione” (per l’appunto) cosa che forse solo la morte è in grado di dare.

In altri tempi ho scritto: <<… l’ignorante, colui che ignora, è come una morsa castrante…che impedisce il dinamico intelligere… >>, Kavafis, si sentiva costretto da delle mura, quelle mura, forse erano parte di un ignoranza, evolutasi in pregiudizio, che impediva alle genti di vederne la sua arte ed il suo grande genio. Forse siamo tutti bloccati da delle mura: quelle dei nostri ruoli, dei nostri status, degli epiteti dati e regalati…siamo vittime forse dello stesso muro che costruiamo intorno alla nostra intelligenza e alla nostra capacita di “giudizio”.

Personalmente cerco di percorrere le vie che, attraverso bellezza, forza e saggezza, vanno a ricercar luci lontane, forse una forse di più. Nella mia profonda ignoranza e piccolezza, mi sono reso conto del mio muro, e come disse DesCartes, è proprio attraverso ogni mattone che un muro si costruisce, ed attraverso ogni mattone che esso può esser distrutto. Un mattone per volta, giorno dopo giorno, sicuramente per tutta la vita leverò un mattone e con esso una parte del mio male andrà via, fino al giorno in cui, finiti i mattoni, sarà finito anche il mio mondo di ignoranza, di pregiudizi e probabilmente anche tutto ciò che avrò intorno perderà quel frenetico significato che le menti amano dare ai loro problemi.

Se penso che tutto questo “complesso” pensare è nato dalle parole di una donna che lavora e scrive le storie dietro a cui la gente “comune” vede solo lustrini “glam” e pochette “fashion”, forse anche loro potrebbero indagare su quel mattone che fa pensar loro che la moda non sia “importante”…”un mattone di pregiudizio” che non farebbe loro male buttar via.

 

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